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Genova è finita? Niente è finito…

Posted on domenica, 22 Luglio, 2012 in comunicati

Testo distribuito a Genova il 20 luglio 2012, in piazza Alimonda, nell’undicesimo anniversario della sommossa di Genova, dell’omicidio di Carlo e della repressione statale; e ad una settimana dalla sentenza della Cassazione romana che ha confermato le condanne per 5 imputati.

 

GENOVA E’ FINITA? NIENTE E’ FINITO…

Venerdì scorso la Cassazione romana si è espressa definitivamente sul processo per i fatti di Genova, confermando le condanne per 5 imputati su 10, con pene altissime.

Cosa rimane 11 anni dopo? Carlo non c’è più, decine d’anni di carcere e una rimozione storica collettiva.

Ma benché ci sia ormai ben poco da fare, forse qualcosa si può ancora dire, foss’anche solo perché i compagni non entrino in prigione con la stessa indifferenza che negli ultimi anni hanno avuto attorno.

Genova appare finita, o quasi. La nostra storia è stata riscritta e noi abbiamo lasciato che così fosse.

E’ finita con una manciata di capri espiatori seppeliti da più di 50 anni di galera, quegli stessi che fin da principio vennero indicati come i “più cattivi” tra i “cattivi” oggi pagano il conto per tutti.

Forse è giunto il momento, per quanto tardivo, di chiedersi cosa e quanto abbiamo fatto per evitare che questo accadesse.

Quanto è stato grave parlare di infiltrati, di regie occulte, dividere o comunque accettare le divisioni tra buoni e cattivi, pacifici e violenti? Quanto è stato vincente a livello processuale non affiancare una difesa politica a quella tecnica e a livello di movimento continuare per anni a sostenere i 25 imputati sulla base della resistenza in via Tolemaide, quando era evidente che buona metà di essi erano accusati invece di avere attaccato deliberatamente (perchè questo fecero in migliaia a Genova, attaccarono). Porre insistentemente la priorità sulle nefandezze delle forze dell’ordine, sull’interruzione del Diritto, non ha contribuito forse a creare il clima per cui infine pagassero (chi formalmente, chi realmente) quelli che hanno “esagerato”, da entrambi le parti? E non ha ancora una volta creato l’illusione che lo Stato possa essere qualcosa di diverso da quella banda di ladri e assassini che è sempre stato nella storia?

In tanti negli anni abbiamo provato a fare qualcosa. Sicuramente non abbastanza. Ma la storia l’abbiamo riscritta anche noi, e a nostro discapito.

Non è più il momento per riaccendere le polemiche sulle responsabilità soggettive. Non oggi, non in questa piazza.

Ogni compagno, a prescindere dalle aree d’appartenenza, può onestamente affrontare le proprie, di responsabilità.

A noi oggi interessano le nostre. Perché nessuno, noi compresi, in questi anni è stato in grado di costruire un appoggio reale, pubblico, e di lunga durata di fronte agli attacchi della Magistratura. E se la solidarietà, per avere un senso, dev’essere concreta e deve riaffermare il contenuto della lotta, allora quello che abbiamo fatto ha avuto ben poco significato.

Certo, tenere i compagni fuori dalle galere non è affare semplice, ma un movimento che non sa difendere se stesso e non prova nemmeno a difendere la dignità del proprio percorso e la dignità dei suoi prigionieri vale davvero poco.

Infatti di Genova è rimasto poco o nulla: rimane la frustrazione attuale, le spaccature infinite, qualche culo seduto su comode poltrone e qualche pensione da parlamentare. Eppure le banche incendiate all’epoca sono bruciate ancora, e sono le stesse che oggi governano l’Europa e ci impongono esistenze sempre più misere, eppure la rabbia esplosa allora verso le istituzioni finanziarie e i suoi guardiani cova nuovamente oggi in milioni di persone nel mondo. La devastazione e il saccheggio continuano ad essere la realtà quotidiana che subiamo. Forse allora le fiamme di Genova non avevano tutti i torti. Eppure non abbiamo saputo difenderle.

Questa è la nostra prima responsabilità ed è ciò che ci riempie di frustrazione.

E rabbia, tanta rabbia. Rabbia che non trova come esprimersi, rabbia frustrata. Rabbia che desidera giustizia.

Canepa, Canciani, inquisitori vari e inquirenti tutti, forse vi sentite sereni, al sicuro, senza vergogna, ma sappiate che per noi non è finita. Genova per noi non finirà mai.

A volte, ai nemici della libertà, quali voi siete, torna indietro qualcosa della guerra che hanno condotta ad essa. Non siamo noi a dirlo, è la Storia che, di tanto in tanto, lo dimostra.

Se, presto o tardi, un nuovo movimento reale rimetterà in discussione le basi intere di questa società infernale, allora questo movimento dovrà farsi carico anche di questa giustizia che è l’unica che oggi siamo in grado di concepire. Se così non sarà, queste parole, così come il desiderio di molti, saranno l’ennesima espressione della nostra impotenza.

Marina, Alberto, Ines prendete la nostra solidarietà e il nostro affetto per quello che valgono, per voi si aprono le porte delle galere, e forse questa complicità potrà suonarvi vuota retorica. Sappiate che portiamo con noi tutto il peso di questa consapevolezza.

Jimmy, Vincenzo, non sappiamo dove siete e non ci interessa. Quel che sappiamo è che lo Stato vi dichiara ricercati, irreperibili, presto latitanti. Ebbene, si fotta. Si fottano tutti.

Correte, compagni, correte.

E buona fortuna.

 

compagne e compagni che non dimenticano

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