Fincantieri: tra denunce e accordi bidone

Durante  il  corteo  del  24  maggio  dell’anno  scorso,  indetto  dalla  FIOM  per  protestare  contro  la  possibile  chiusura  dello stabilimento di Fincantieri,  si sono  verificati momenti  di  tensione con  la polizia.  18 persone,  tra  operai  e  compagni  che solidarizzavano,  sono  state  denunciate,  fomentando  le  solite  favolette  sugli  infiltrati  violenti, nell’intento  di nascondere sia la legittima rabbia operaia che si respirava quel giorno, sia il fatto che ancora esista una solidarietà di classe, pur nella diversità di vedute.

Per tre dei denunciati, la magistratura ha previsto l’obbligo di presentarsi in questura due volte al giorno, e di tenersi lontani da manifestazioni di piazza, trovando il modo di applicare a Genova, per la prima volta, una variante del DASPO sportivo per le manifestazioni politiche. Non vi è il divieto concreto di partecipare a cortei o presidi, ma vengono spostate le firme ad orari e in  luoghi che rendono impossibile l’effettiva partecipazione, per evitare che si creino pratiche comuni che mettano insieme ciò  che  il  Capitale  vuole  diviso  e  frammentato.  Dimostrazione  ne  sono,  in  Fincantieri  e  altrove,  i molti  licenziamenti  e  le sospensioni che colpiscono chi, da alcuni delegati Fiom a quelli del sindacalismo di base, passando per i licenziamenti politici dei  lavoratori  di  cooperativa  nel milanese  e  nel  piacentino,  tentano  di  opporsi  all’attacco  sferrato  da  padroni  e  governo.
Questo  è  il  clima  che  si  respira  sempre  più  frequentemente,  e  l’unica  risposta  non  può  che  essere  l’azione  congiunta: nessuna distinzione e divisione fra chi lotta.

Dopo  manifestazioni,  blocchi  e  picchetti,  l’Ocenia  sarà  consegnata  a  chi  di  dovere  e  insieme  ad  essa  l’unico  potere contrattuale che i lavoratori hanno. Gli accordi siglati dai sindacati concertativi non fanno gli  interessi dei  lavoratori: presto  inizierà la cassa  integrazione straordinaria per tutti,  in attesa di una commessa forse per  l’autunno o forse chissà..nel  frattempo  tutti  a  casa  ed  in  cassa  con  la  sicurezza  che  quasi  la metà  non  rientrerà  perché,  pur  non essendo esuberi, sono pur sempre eccedenze della produzione.  A tutto questo si aggiunge il fatto che fuori dell’accordo sono  rimasti  i  lavoratori  delle  ditte, manodopera  a  basso  costo  che  non  ha  nemmeno  il  diritto  di  avere  delle  promesse.
Eppure anche loro avevano partecipato alle  lotte insieme ai lavoratori Fincantieri perché in qualche modo consapevoli che, andando al di là dell’interesse corporativo, si possa vincere.

Spingeranno a dividerci fra ambiente e lavoro (perché quando si parla di ribaltamento a mare si parla necessariamente del terzo valico, da dove dovrebbe arrivare lo smarino per il riempimento),  fra chi accetterà  tagli a stipendi e diritti e chi non vorrà cedere, ci sarà anche chi vorrà produrre strumenti di guerra per annientare altri proletari pur di salvare il posto di lavoro.

Discorsi  inutili:  le manifestazioni  di  questo  autunno,  i  blocchi,  hanno  dimostrato  che  può  esistere    ancora  la  capacità  di mettersi  insieme  mentre  gli  accordi  fasulli  dovrebbero  aver  insegnato  come  i  lavoratori  possano  contare  solo  ed esclusivamente sulle loro forze, sulla loro autonomia e sulla loro organizzazione.
Le deleghe  in bianco ai vertici sindacali, come  la sostituzione della difesa del posto di  lavoro alla difesa della  forza  lavoro, sappiamo già dove portano.  Se il ridimensionamento della forza lavoro è una necessità per la sopravvivenza del capitale, gli accordi servono solo per rimandare i tagli e far diminuire la tensione sociale.

E’ necessario unire  le  lotte dei  lavoratori  italiani e stranieri, dei disoccupati, degli studenti. Le  lotte e gli scioperi degli  operai  delle  acciarie  (e  non  solo)  in  Grecia,  così  come  quelle  degli  operai  delle  cooperative  di  logistica  di Lombardia ed Emilia sono testimonianza ed esempio che opporsi agli attacchi padronali e al loro ricatto è possibile e doveroso!
CONTRO LA CASSA INTEGRAZIONE, CONTRO GLI ACCORDI BIDONE!
SOLIDARIETA’ AGLI OPERAI E AI COMPAGNI DENUNCIATI!

coordinamentodisostegnoallelotte@inventati.org

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CHI COLPISCE UNO DI NOI COLPISCE TUTTI NOI!

Leggendo la cronaca locale si ha l’impressione che Genova si sia trasformata in un campo di battaglia, un luogo in cui il germe della lotta e della contestazione sia ormai inarrestabile, grazie anche ai “contestatori di professione” che sembrano avere messo radice in città…
Bisogna fare qualche cosa, correre ai ripari, preannunciano gli strilloni….e subito ecco arrivare le denunce e le varie altre misure preventive e repressive: obbligo di recarsi a firmare presso posti di polizia e carabieri, due volte al giorno, per alcuni e  avvisi orali per altri. (L’avviso orale è un’intimidazione che costituisce l’anticamera necessaria per venire sottoposti alla sorveglianza speciale)
Gli episodi messi sotto osservazione sono vari: da un corteo degli operai di Fincantieri e uno della FIOM, alla contestazione dell’amministratore delegato di trenitalia Moretti piuttosto che quella al pm Caselli, responsabile degli arresti notav. Si puniscono inoltre, perfino con l’obbligo di dimora, alcuni ragazzi coinvolti in  una situazione di strada determinata da una pattuglia di carabinieri e alpini che stava effettuando un controllo nei vicoli.

Le cassandre mediatiche continuano a strillare che altre punizioni verranno. Il vento è cambiato: fronte unico contro chi protesta.
Le misure, quelle reali e quelle minacciate, il loro modo plateale e sbandierato, mirano certo all’allontanamento dei compagni dai contesti di lotta, ma contemporaneamente servono come esempio e come monito.
Gesti solidali, di ribellione, di lotta non saranno più tollerati. Siamo in tempi di pacificazione, in cui deve predominare la necessità imposta di fare sacrifici per uscire dalla crisi, di sopportare tutto in attesa che qualche cosa cambi, restringendo l’orizzonte delle proprie vite alla sopravvivenza per un tempo che pare non essere definito; ma ora non c’è tempo, non c’è spazio nemmeno per comprendere e criticare quello che sta succedendo. Tutto deve essere irreggimentato.
Che la contestazione si allarghi, che le lotte non si esauriscano in mere istanze rivendicative, che si apra la possibilità per passare, dal chiuso del particolarismo, ad un percorso di opposizione radicale, questo no, non è possibile, non è consentito.
E di questo compito vengono investiti i corpi di polizia. Meglio bastonare subito e bene e, se per caso non si riesce, allora chiedere ed ottenere  misure che abbiano lo stesso compito: non si può rischiare che qualche fiammata diventi un fuoco.
Come non ricordare le cariche in Val di Susa, i lacrimogeni sparati ad altezza uomo, ed i cortei operai di nuovo caricati dalla polizia, in questi ultimi anni, come un tempo.
Cariche, pestaggi violenti, uso indiscriminato di lacrimogeni sono diventati gli strumenti prediletti.

Ovviamente tutto questo ha delle conseguenze: i cani da guardia del potere e dell’ordine, della pace sociale, rivestiti di nuove ed importanti mansioni di difesa nazionale, alzano la testa, capendo bene che ogni comportamento è a loro consentito, e non si fanno più problemi a mostrare la loro vera natura.
Cosa importa se qualcuno muore sotto le loro botte, cosa importa se le loro pistole ammazzano, cosa importa se qualche donna, spesso immigrata, viene da loro violentata, cosa importa se qualcuno viene ferito dai lacrimogeni sparati ad altezza uomo? Quello che importa è che LORO sono i nostri salvatori, i nostri protettori ai quali, perciò, è concessa “qualche” scappatella, impegnati come sono a salvare le sorti del paese!

Succede spesso che la polizia sia esecutrice degli ordini del potere di cui è emanazione, ma è successo altrettanto spesso che, con crescente arroganza, essa stessa diventi un nuovo centro di potere.
Il tanto richiesto stato di sicurezza, mantra di ogni campagna elettorale e di ogni candidato, si sta gradualmente instaurando e con esso il sopruso e la violenza sempre più espliciti per tutti.

Non lasciamo spazio alla repressione!
Ci ritroviamo MARTEDI’24 alle ore 18.30 in piazza posta vecchia per un aperitivo benefit in solidarietà ai nostri compagni genovesi recentemente colpiti dalla repressione.

CASSA SOLIDALE LIGURE

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SORVEGLIATI E PUNITI

Avviso ai cittadini, ai sinceri democratici che aspettano con ansia le urne

La democrazia (“governiamo noi tramite chi ci rappresenta”), i diritti (“ciò che ci spetta”), la legge (“è uguale per tutti), quante belle favole a cui milioni di persone si ostinano a (voler?) credere per sopportare l’esistente.
L’occidente capitalista è sull’orlo del baratro, la festa è finita, tutti lo dicono, tutti lo sanno. In Grecia, il primo paese ad essere arrivato sull’orlo di questo baratro, le persone hanno smesso di credere alle menzogne di quelli che li comandano e hanno cominciato a prenderli a calci in culo, nelle strade. In Italia, che potrebbe essere seconda in questa corsa “particolare”, prevale invece un’insopportabile apatia e la massima rivendicazione che viene fatta e sembra ottenere ampio consenso è quella che chiede pulizia morale, fedine penali pulite, parlamentari incensurati… più galera per tutti.

Peccato che per il momento i magistrati sembrano avere ansia e fretta di mandare in galera soltanto quelli che lottano contro questo stesso sistema e ci mettono la faccia in strada, quelli che sono stufi di subire e non si rassegnano.

Non siamo ipocriti. Chi crede che “male non fare, paura non avere”, coloro che credono che bisogna obbedire sempre, perché chi comanda ha sempre ragione e le regole vanno sempre rispettate, può tranquillamente interrompere la lettura. Non troverà in queste righe il tentativo di rivendicare innocenza o legittimità di fronte ai tribunali e alla morale di questa società. L’invito a ragionare è per tutti coloro che magari si sforzano di credere in ciò che ci viene propinato dalla nascita, ma che sanno che il patto sociale si può rompere, se non altro almeno in alcuni casi. Non c’è bisogno di essere sovversivi per sentire che c’è un limite di sopportazione a tutto. Come ha ricordato recentemente qualcuno in Valsusa, dove è un intero popolo a lottare contro l’arroganza del potere, anche Gandhi sosteneva che una legge o un provvedimento sentiti ingiusti da un popolo non vanno rispettati.

E’ a questi sinceri “democratici” che ci permettiamo di raccontare e far notare alcune cose che stanno accadendo nella nostra città e che non sono propriamente tranquillizzanti per tutti. Genova, in questi mesi, si sta infatti mostrando all’avanguardia in alcune forme di repressione del dissenso che hanno la peculiarità di smascherare la falsità delle norme base del diritto, quelli che tutti riconoscono come fondamenta della loro presunta libertà.

Due ragazzi, accusati di essersi intromessi in un fermo di polizia un po’ brutale avvenuto qualche mese fa in centro storico, non solo hanno ricevuto le relative denunce e sono agli arresti domiciliari notturni da ormai due mesi, ma si sono visti recapitare anche “l’avviso orale” da parte del questore: un invito, non meglio definito ma molto mafioso,“a cambiare atteggiamento”. Se non la faranno verranno sottoposti a sorveglianza speciale, ovvero ad una serie di pesanti restrizioni personali (a tempo indeterminato e a discrezione del giudice) come arresti domiciliari notturni, obbligo di dimora nel comune di resistenza, ritiro della patente (ed altre varie ed eventuali). La peculiarità di avviso orale e sorveglianza speciale è che sono norme che possono prescindere dall’esistenza di condanne penali degli accusati; sono a discrezione del questore che le richiede su una non meglio identificata pericolosità sociale dei soggetti in questione, e di un giudice che convalida la richiesta. Norme introdotte non a caso sotto il fascismo, e ufficialmente oggi conservate per mafiosi, pedofili e altri reati di grave entità e che invece negli ultimi anni vengono applicate a militanti e antagonisti impegnati in lotte sociali. Ed infatti qual è la condotta che dovrebbero cambiare, qual è la pericolosità sociale di queste due persone che ad oggi nessun tribunale italiano ha mai condannato? Non andare in piazza, tacere e stare a casa… dobbiamo dedurre, visto che i due sono noti alle forze dell’ordine per partecipare alle lotte e alle manifestazioni avvenute a Genova negli ultimi anni, ed in particolare alla lotta notav.

Nello stesso periodo altri tre ragazzi sono stati incriminati per aver partecipato lo scorso anno ad un corteo degli operai di Fincantieri terminato con qualche minuto di fronteggiamento e corpo a corpo con la polizia sotto la prefettura. Anche qui scontate denunce e forme restrittive, nel caso specifico due firme al giorno in questura, anche qui giustificate con la nota attività politica dei tre. Ma anche qui una novità arbitraria, ovvero l’obbligo di andare a firmare ogni volta (a discrezione della questura che si riserva di comunicarlo il giorno precedente) che in città c’è una manifestazione, due volte durante il corso della stessa manifestazione e in parti lontane della città, in modo da essere sicuri che non vi partecipino. Tecnicamente è una variante politica del Daspo, un provvedimento inventato e applicato nel mondo calcistico per i tifosi, gli ultras, segnalati dalle forze dell’ordine per la loro vivacità. Provvedimento più volte accusato di essere anticostituzionale, che Maroni per primo ha proposto di applicare alle manifestazioni di piazza dopo i fatti del 14 dicembre 2010 a Roma. Allora la Corte costituzionale bocciò la proposta, denunciandone l’incompatibilità con i principi di libertà garantiti dalla Costituzione stessa. La bocciatura è stata recentemente ribadita, quando il governo Monti ha proposto una serie di nuove leggi per arginare la lotta notav in espansione in tutta Italia: nuove leggi sì, è giusto farle per arginare il conflitto sociale montante (per esempio un nuovo reato di “blocco stradale” punibile fino a 5 anni carcere), ma il Daspo proprio no, non si può fare, a meno di cambiare la Costituzione. Ebbene, a Genova, il Daspo politico la procura locale lo ha introdotto lo stesso, per la prima volta in Italia, con buona pace del “diritto” e della Costituzione.

Dove non riescono ad arrivare il codice e la sua applicazione, i tempi dei processi dei tribunali, deve arrivare qualcosa d’altro. In Inghilterra un corrispettivo di queste norme, che criminalizzano persone incensurate ma in qualche modo scomode (almeno per la morale, anticamera della legge), e l’ASBO (anti-social behaviour order). L’ASBO è un civil order, ovvero un certificato emesso da un tribunale, rilasciato ad individui, soprattutto adolescenti, considerati “pericolosi” per via del loro comportamento considerato antisociale. In pratica l’ASBO contiene determinate restrizioni di luogo o di orario (dei veri e propri coprifuoco e proibizioni di frequentazione di determinate aree) che, se vengono infrante dal colpevole, si traducono in una condanna a cinque anni di carcere! Con gli Asbo si criminalizzano comportamenti legali e vengono inventati dei reati personali; basti dire, come esempio, che ad un ragazzo di 19 anni è stato vietato di giocare a calcio per strada.

I sinceri democratici credono che il diritto, nelle “avanzate” democrazie occidentali, si fondi sulla norma, su ciò che è codificato, ed invece la base costituente è l’eccezione, il margine di arbitrarietà che il potere si riserva per rispondere a situazioni di emergenza. Lo stato di eccezione, ossia la sospensione dell’ordine normativo e giuridico normale, non è, per l’appunto, come sembra indicare il nome, una norma transitoria, ma diventa condizione permanente, strumento di sorveglianza e punizione di chi, per un motivo o per l’altro, è indesiderato. Misure provvisorie e straordinarie stanno diventando oggi, sotto i nostri occhi, paradigma e strumento di governo particolarmente efficace nel momento in cui questo sistema è al collasso e i suoi oppositori possono potenzialmente moltiplicarsi e radicalizzarsi velocemente.

Vi rimane ancora il dubbio che tutto ciò riguarda comunque singole persone “che se la cercano”?  Nella Germania dei nazisti, arrivati al potere tramite libere e democratiche elezioni, i campi di concentramento furono istituiti fin da subito, nel 1933, secondo norme previste non dal diritto comune ma da statuti eccezionali (derivanti da leggi prussiane del ‘800) di “custodia protettiva” e di “polizia preventiva” (gli stessi criteri che reggono gli odierni avvisi orali, sorveglianze speciali, Daspo ecc.), che permettevano di “prendere in custodia” degli individui indipendentemente da un qualsiasi rilievo penale rilevante, unicamente al fine di evitare un pericolo per la “sicurezza dello stato”. Con questo criterio, attraverso una sospensione di qualsiasi norma del diritto penale e carcerario vigenti, vennero internati e uccisi milioni di ebrei, dissidenti politici, omosessuali. Nell’Italia di oggi, i CIE (centri di identificazione ed espulsione per immigrati) giuridicamente e tecnicamente rispondono alle stesse caratteristiche di sospensione dell’ordinamento giuridico e carcerario normale, e di fatto corrispondono ai lager; nei CIE come nei lager nazisti vengono tutto è a completa discrezione degli operatori che vi lavorano e dei poliziotti. E, guarda caso, nei CIE ci finiscono, come prigionieri e in condizioni di vessazione allucinanti, gli stranieri che arrivano qua con l’unica colpa di non avere i documenti.

Insomma, la sostanza, nuda e cruda, è che i potenti fanno letteralmente il cazzo che gli pare, e che la legge e il diritto sono uno strumento arbitrario nelle loro mani, per mantenere l’ordine a loro caro.

Cari cittadini, sinceri“democratici”, sappiamo che tra poco andrete alle urne con il desiderio e la convinzione di far qualcosa per cambiare le cose. Tenete presente quello che è scritto in queste righe quando sarete sul punto di porre una croce sulla vostra voglia di cambiare; pensateci, se è il caso di delegarla a qualcuno che magari vuole investire i giudici della responsabilità di trasformare questa società; pensateci, se è veramente possibile un cambiamento radicale che passi dal parlamento e dai tribunali.

Nel frattempo noi saremo, come sempre, per strada.
Per opporci a questo stato di apatia.
Per l’abbattimento di questo sistema, con le sue carceri e i suoi tribunali.
Per stare fisicamente vicini ai nostri amici.

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il nostro candidato…

Il nostro candidato non ha trovato posto in nessuna lista…
...ma Chiunque può contribuire a realizzare le modeste aspirazioni contenute nel suo programma minimo:

– SMANTELLAMENTO DEL SISTEMA ECONOMICO-FINANZIARIO CAPITALISTA NELLA SUA INTEREZZA ATTRAVERSO L’ABOLIZIONE DELLA PROPRIETA’ PRIVATA  E DI OGNI RAPPORTO DI PRIVILEGIO E SUBORDINAZIONE DA ESSA GENERATO, PRIMO FRA TUTTI IL LAVORO SALARIATO

– SOPPRESSIONE DI TUTTI GLI APPARATI DELLO STATO, DELLE FORZE DELL’ORDINE, DEI CORPI ARMATI PREPOSTI A SUA DIFESA E DEI SUOI IMMAGINARI CONFINI:  SENZA ESERCITI NON CI SONO GUERRE, SENZA FRONTIERE NESSUNO E’ CLANDESTINO;

– LIBERAZIONE DI TUTTA LA POPOLAZIONE DETENUTA E DEMOLIZIONE MATERIALE E DEFINITIVA DI OGNI STRUTTURA DI PRIGIONIA (carceri, centri di detenzione per clandestini, ospedali psichiatrici).

– DISSOLUZIONE DELL’AUTORITA’ DEMOCRATICA E SUA SOSTITUZIONE CON LA DIFFUSIONE CAPILLARE DI ASSEMBLEE DI AUTOGESTIONE;

– EMANCIPAZIONE DELL’UOMO DA OGNI TIPO DI ORGANIZZAZIONE, STRUTTURA E AUTORITA’ RELIGIOSA;

– SODDISFAZIONE DEI BISOGNI ATTRAVERSO LA COLLETTIVIZZAZIONE DI STRUMENTI E RISORSE, LA LIBERA ASSOCIAZIONE TRA INDIVIDUI E LO SVILUPPO DI ATTIVITA’ PRODUTTIVE IN COMPLETA SIMBIOSI CON GLI EQUILIBRI DEL PIANETA.

NON  VOTARE
PER L’AUTONOMIA, LA LIBERTA’, LA RIVOLUZIONE SOCIALE

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Coraggio Primo Maggio!

Il primo maggio del 1886 esplode a Chicago lo sciopero convocato dalle prime associazioni operaie, in lotta per la giornata lavorativa di otto ore. Migliaia di lavoratori partecipano a grandi manifestazioni a cui lo Stato risponde con la polizia, assassinando 9 persone.

Due giorni dopo, nuove manifestazioni di protesta in cui si verificano scontri con le guardie private dei padroni (Pinkerton), mercenari maestri nel rompere i picchetti degli operai. Quando arriva la polizia è una nuova carneficina, il fuoco lascia sul selciato altri 6 morti. Nella stessa giornata la polizia interviene per interrompere un comizio anarchico, dove avevano già parlato Spies, Parsons e Fielden in una situazione di tensione ed emozione palpabile. Dalla massa di lavoratori presenti al comizio viene lanciata una bomba contro la polizia che provoca un morto e vari feriti. Si scatena la repressione: arresti e molti altri morti.

Tra gli arrestati ci sono socialisti, comunisti, sindacalisti, anarchici, tra cui Albet Parsons, August Spies, Michael Schwabb, George Engel, Adolph Fischer, Louis Lingg, Samuel Fielden e Oscar Neebe che il 28 di Agosto del 1886 vengono condannati per l’attentato: Neebe a 15 anni di prigione, Schwabb e Fielden ai lavori forzati, per tutti gli altri la sentenza è di morte. Ling si suiciderà in prigione mentre l’11 novembre verranno impiccati Spies, Fischer, Engel e Parsons.

Da allora i cosiddetti “martiri di Chicago” appartengono alla memoria storica di coloro che non hanno mai smesso di combattere contro la schiavitù. Da allora e per decenni a venire, quelle nere giornate di maggio sono state vissute dalla classe operaia come giornate di lotta allo sfruttamento, all’oppressione, all’oblio.

Oggi, e ormai da tempo, l’oblio è invece caduto su quei fatti e sul loro significato. L’oblio è caduto su tutta una tradizione e un tramandarsi di lotte, di battaglie, di dolori e sangue, di gioie e speranze.

Grazie ai sindacati di regime il Primo Maggio è stato svuotato del suo valore, grazie allo Stato è diventato una festa, grazie a certa sinistra una giornata in cui glorificare il lavoro salariato.

Sta a chi invece nutre ancora quella speranza, a chi ancora porta con sé quella memoria, ripercorrere e rinnovare quel filo rosso che attraversa le generazioni portando con sé l’idea di un mondo senza classi e senza Stati, portando con sé un sogno di libertà.

Noi siamo ancora qui, non pacificati e non rassegnati ad un Capitale che domina in modo ormai totalizzante ogni aspetto delle nostre esistenze e che oggi torna ad attaccarci con nuova e vigorosa forza.

Noi siamo ancora qui perché esistono ancora gli sfruttati e gli sfruttatori, perché esistono ancora le guerre, perché ancora uomini e donne vengono chiusi a chiave in una cella, perché la Legge, il bastone e quando serve il piombo colpiscono chi si ribella, perché ancora qualcuno decide sulle vite di tutti e su di esse fonda il proprio privilegio.

Noi siamo ancora qui al fianco di chi si organizza, di chi resiste, di chi alza la testa e combatte.

Per questo la memoria non si cancella, per questo il sogno non muore, per questo la guerra sociale continua.

Un giorno la classe dominante riceverà, da mano anonima e tremenda, il conto da pagare.

 

“Addio, arriverà il tempo in cui il nostro silenzio sarà più forte delle nostre voci, che oggi soffocate con la morte”. August Spies di fronte ai suoi assassini

La bellezza è nelle strade – ingresso gratuito alla mostra di Van Gogh

“Mai come oggi si è sentito tanto parlare di civilizzazione e
cultura, mentre è la vita stessa che sta scomparendo. E c’è una
strana corrispondenza tra questo crollo generale della vita, che
comprende ogni singolo sintomo di demoralizzazione, e questa
ossessione per una cultura pensata per tiranneggiare la vita”
A.Artaud

Succede che a Genova da qualche mese sia in corso una bella mostra sul tema del viaggio nell’arte del XIX e XX secolo, a partire dall’opera di Van Gogh.
Succede che il biglietto di questa mostra costi 13 euro, ovvero l’equivalente di oltre due ore di lavoro (in nero) per la maggior parte di coloro che sono chiamati a pagare la crisi, soldi che normalmente servono a mettere assieme il pranzo con la cena.
Succede che chi, nonostante gli anni noiosi della scuola, ha imparato ad apprezzare l’arte, ha capito che il modo migliore per convertire le nozioni trasmesse da pedanti manuali in oggetto di reale piacere e conoscenza, sia quello di vedere le opere d’arte dal vivo.
Succede che, mercoledì 18 aprile scorso, una ventina di persone, giovani e meno, anarchici e no, mettendo assieme tutto ciò, abbiano deciso di vedere la mostra ma di non voler (o poter) pagare quel prezzo. Non lo hanno fatto a sfregio degli altri visitatori, anzi, con striscione e volantini, ne hanno fatto un’azione politica, di rivendicazione per tutti a viversi l’arte “senza padroni”. Una volta entrati senza biglietto neanche l’imbarazzato intervento del
direttore ha evitato che potessero godere dell’intera mostra fino all’ultima sala.
E’ successo che la risposta a questa iniziativa sia stata l’irruzione nelle sale di un manipolo di carabinieri, un plotone di celerini schierati in antisommossa nel piazzale antistante palazzo Ducale e la successiva caccia all’uomo nei vicoli. Questa brillante operazione di “sicurezza” si è conclusa con il fermo, la deportazione in questura e la denuncia per resistenza a pubblico ufficiale di uno di questi ardimentosi facinorosi, nonché con l’identificazione di tutti gli altri accorsi a presidiare la questura in solidarietà.
Ora, che celerini e questurini non siano soggetti dotati di particolare sensibilità, è risaputo. La bellezza, in quanto “promessa di felicità”, non può essere da loro, esseri infelici, compresa e apprezzata. Dovendo difendere l’ordine costituito non possono che perseguitare gli amanti della libertà. Cosa possono comprendere di Van Gogh, dell’insofferenza e della personale rivolta con cui ha impregnato le sue tele? L’unica bellezza per loro concepibile ha le sembianze di una griglia grigiastra, la griglia di norme e leggi che reggono l’impalcatura traballante di questo mondo opprimente.
Ma il senso di certi gesti dà la temperatura morale di un’epoca più di altri. La polizia che carica operai e studenti nelle città, o che gasa la popolazione intera di una valle in lotta, non stupisce più nessuno. Ma l’immagine di una squadra di scarafaggi neri che si aggira rabbiosa tra le tele di Van Gogh e Gauguin, con manganello e pistola alla cintura, rimanda ad altro. Ci si potrebbe limitare a sorridere della loro figura di merda. Ci si potrebbe anche compiacere del fatto che s’incazzino tanto per qualcosa che normalmente viene considerato superfluo e innocuo come l’arte. Ma la realtà è ben più triste e ricorda altri, cupi, tempi.
Ai solerti quanto ignoranti questurini ricordiamo che “da che mondo è mondo”, ovvero da quando questo mondo di merci e alienazione ci perseguita, una certa arte ha sognato e progettato la sovversione totale: realizzare la bellezza in un nuovo stile di vita di un mondo alla rovescia, reinventare la vita.
Qualsiasi cosa abbia avuto valore come arte ha sempre gridato la sua richiesta di essere realizzata e vissuta. Fin da quando Courbet cominciò cercando di vendere i suoi quadri sotto un tendone in giro per la campagna e finì come sovraintendente alla distruzione della colonna Vendome durante la Comune di Parigi, e Mikhail Bakunin, durante l’insurrezione di Dresda del 1848, proponeva senza successo di saccheggiare il museo cittadino e di mettere i quadri sulle barricate per dissuadere la polizia dall’aprire il fuoco…
Chissà che la prossima visita ad una mostra non avverrà in condizioni simili e che questa promessa della storia rimasta in sospeso finalmente non si realizzerà.
Nel frattempo bene ha fatto questo manipolo di audaci a gettare un sasso nelle acque stagnanti dell’apatia. Con la loro incursione essi hanno aperto una breccia nelle stanze dei musei e il desiderio di bellezza e libertà si è per un attimo riversato nelle strade. Rifiutarsi di pagare per realizzare desideri e soddisfare bisogni è possibile e gioioso, come, di questi tempi più che mai, riappropriarsi di ciò che serve dagli scaffali dei supermercati, viaggiare senza biglietto sui mezzi pubblici o abitare case senza pagare l’ affitto.
Un saluto affettuoso a loro.

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Difendiamoci dalla polizia! Le lotte non si diffidano

SABATO 14 APRILE – ORE 16
PIAZZA BANCHI
PRESIDIO ITINERANTE NEI VICOLI

Nelle ultime settimane a Genova la questura con la collaborazione del zelante PM Vincenzo Scolastico, neo-incaricato di occuparsi di dare una ridimensionata ai presunti oppositori sociali della città, ha applicato 6 misure cautelari nei confronti di altrettante persone. Persone coinvolte insieme a molti altri negli ultimi 4 anni in vari momenti di rottura, circoscritti ma numerosi, avvenuti a Genova. Blocchi stradali e delle ferrovie, cortei più o meno spontanei, occupazioni di edifici, sedi istituzionali e della stampa, manifestazioni non autorizzate spesso culminate in scontri con le forze dell’ordine sono le principali pratiche che vengono contestate e che politici, magistrati e polizia vorrebbero debellare.
Nello specifico, gli episodi che hanno portato a questi provvedimenti riguardano un tentativo di impedire un controllo piuttosto invasivo da parte dei carabinieri in piazza Matteotti l’inverno scorso e i tafferugli avvenuti sotto la prefettura il 24 maggio 2011 quando un corteo di operai intendeva invadere il palazzo governativo.
I provvedimenti repressivi in questione si presentano sottoforma di limitazioni della libertà individuale come arresti domiciliari notturni, obblighi di dimora nel comune di Genova e obblighi di firme quotidiane in commissariato. Una novità rappresenta invece la misura tanto invocata dall’ex ministro dell’interno Maroni dopo le rivolte di Roma che sembra trovare ora applicazione: una sorta di DASPO applicato a cortei e manifestazioni politiche che vieta alle persone colpite di parteciparvi.
Sottovalutare questi interventi come qualcosa che riguarda pochi militanti sarebbe un grave errore, basti pensare alla nuova legge proposta dal PDL, già in corso di dibattimento, che porterebbe a punire qualsiasi blocco del flusso delle merci e delle persone con pene da 1 a 5 anni di reclusione. E’ evidente come questa proposta intenda colpire, riducendole a semplici questioni di ordine pubblico, il dissenso che ha animato negli ultimi anni il Paese e che ha fatto del blocco dei flussi e della produzione una pratica propria e diffusa.

Di fronte a tutto questo noi continuiamo nel tentativo di esaudire i nostri bisogni più immediati, come allo stesso tempo di perseguire i nostri desideri più reconditi. Non è difficile constatare, oggi come sempre, che le forze dell’ordine non sono altro che un ostacolo per tutti in questo senso.
Auto-organizziamoci per riprenderci le strade, le case, i nostri tempi e spazi, rilanciamo l’offensiva contro questo sistema sociale che ci vuole frammentati e al servizio della produzione. A partire da polizia, carabinieri e alpini, difendiamoci dalle ronde e dalla violenza di chi sta stringendo sempre più la morsa del controllo e della repressione per contenere le risposte di chi vive situazioni sempre più esasperate e di chi non rimanda il proprio momento di reagire.

SOLIDARIETA’ A CHI LOTTA!
VICINI A CHI E’ COLPITO, NELLE SUE VARIE FORME, DAGLI ATTACCHI DELLA REPRESSIONE!

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TAV, Gronda, Terzo Valico: possiamo fare senza. Ora e sempre Resistenza

Oggi, mercoledì 11 aprile 2012, ricominciano gli espropri dei terreni valsusini e presto partiranno anche in Val Polcevera. E noi? Dove siamo? Cosa stiamo facendo? E’ giunta l’ora di organizzarsi, senza capi né mediatori, senza delegare più a nessuno la difesa di ciò che amiamo e la conquista di quello che desideriamo.  Come in Val di Susa anche sul territorio ligure vorrebbero imporre il progetto del Treno ad Alta Velocità/Alta Capacità (trasporto misto merci e passeggeri) che dovrebbe collegare Genova a Milano (54 km di cui 35 in galleria: il Terzo Valico). Questo progetto rientra nel collegamento ferroviario Genova-Rotterdam che incrocerà il Lisbona-Kiev. Sul nostro territorio sorgeranno cantieri in Valpolcevera nelle zone di Trasta, Bolzaneto, Cravasco e Fegino e complessivamente la linea Milano-Genova costerà 6 milioni e 200 mila euro, totalmente finanziata con soldi pubblici. I comitati di quartiere già da qualche anno smascherano le contraddizioni di questa ennesima grande opera: l’amianto contenuto nelle rocce, i detriti degli scavi, le polveri sottili, la deforestazione, il prosciugamento delle falde, la circolazione di 500 camion al giorno per 20 anni, l’esproprio di edifici e terreni. Ma smascherato il sudario di menzogne che avvolge un altro progetto di devastazione, che va di pari passo con la cosiddetta riqualificazione dei quartieri, si scorgono le ragioni assai precise di un disegno più grande. Caricare, trasportare e scaricare merci e spazzatura, derivate dallo sfruttamento delle risorse umane e naturali, da una parte all’altra del continente è l’unica via rimasta al capitale per “fare profitto”. E’ evidente che questa velocità non ha niente a che fare con il nostro benessere, la gente non ne ha bisogno, non l’ha mai chiesta. E’ l’ennesimo sacrificio in nome dei re di denari, un altro tassello verso la disumanizzazione dei nostri quartieri, verso la mercificazione di tutto ciò che ci circonda. Le nostre vite ne risultano ulteriormente impoverite e, tanto per cambiare, sono solo i portafogli dei soliti a rimpinguarsi. Un senso di inquietudine ci pervade e si insinua in noi la rabbia e la necessità viscerale di difendere le nostre vite e la nostra libertà.

E se ci accorgiamo che oggi il potere è logistico, che dipende dai flussi del commercio nei nostri quartieri, nelle nostre città e nelle nostre valli la risposta è evidente e bisogna essere pronti a coglierla: solo bloccando questi flussi, opponendoci ai tentacoli del progresso e colpendolo dove più nuoce possiamo riprendere il controllo delle nostre esistenze, come alla Maddalena, sulle alture resistenti della Val Clarea.

Basta indugi, noi vogliamo tutto! Vogliamo riavere subito al nostro fianco i fratelli a cui la repressione ha tolto la libertà, vogliamo creare dalle macerie del presente un mondo diverso, al passo coi nostri desideri. Perché questo sistema crollerà, non può che crollare.

Chi ha incrociato gli sguardi della gente il 3 luglio nei boschi, chi ha lasciato il lavoro per andare sui monti, chi ha condiviso parte della propria vita in una libera repubblica sa bene una cosa:
la lotta paga, il padrone no.

LIBERTA’ PER I NOTAV. LIBERI TUTTI SUBITO
Solidarietà e complicità con tutti i compagni in carcere e in custodia cautelare
Con Sole e Baleno nel cuore

dai media di regime:
Blitz dei No-Tav alla Rai e al Pd

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Novità dalla Lanterna [sperimentazioni repressive]

Periodo di intensa attività quello della Questura e dei Carabinieri di Genova; il procuratore Scolastico, insediatosi l’altr’anno, ha dato un’accelerata a tutti i procedimenti giudiziari in corso, occupandosi esclusivamente di lotte e movimenti. I numerosi momenti di conflitto che si sono evoluti a Genova negli ultimi due anni, dalle lotte studentesche del 2009, passando per gli scioperi generali fino alle ultime mobilitazioni NOTAV, evidentemente non sono andati giù alla solerte Questura genovese. Assai numerose quindi le denunce piovute dopo ogni uscita in strada che hanno colpito le diverse realtà. Da quanto si apprende dai giornali, i questurini non sembrano lesinare provvedimenti neanche per le ultime manifestazioni NO TAV a Genova, che hanno visto scorrere, dalla cacciata di Moretti alla festa PD fino ad oggi, partecipati cortei, blocchi stradali e ferroviari, presidi, iniziative e numerosi saluti sotto il carcere di Marassi dove era detenuto Gabri.

Nel mese di marzo sono state quindi emesse un totale di 6 misure cautelari e 2 avvisi orali. Alcune riguardo agli scontri tra operai e forze dell’ordine sotto la prefettura il 24 maggio scorso: a tre persone è stato applicato l’obbligo di firma due volte al giorno in questura e con divieto di partecipazione a cortei, presidi e manifestazioni politiche. In virtù di ciò, saranno obbligati a firmare durante queste occasioni. Ecco così che il DASPO esce fuori dalle curve degli stadi e approda in contesti di piazza e di lotta sotto le vesti di un provvedimento giudiziario della stessa natura, concretizzando così la volontà degli organi istituzionali e polizieschi di estendere la strategia repressiva testata sugli ultras. Inoltre dal 5 di marzo, in seguito a una situazione di strada determinata da una pattuglia di carabinieri e alpini che stavano effettuando un controllo nei vicoli, tre persone sono state sottoposte ad obbligo di dimora a Genova con divieto di allontanamento notturno da casa dalle 19.30 alle 7.30. Ad una di queste la misura è stata ridotta a tre firme settimanali, e agli altri due dopo venti giorni è stato notificato anche l’avviso orale. Così, tanto per far comprendere quanto vale la posta in gioco.

Mandiamo un saluto affettuoso a tutti i compagni inguaiati con la legge, ai NOTAV ancora prigionieri e sottoposti a misure cautelari e ai ribelli di ogni sorta e di ogni luogo, rilanciando un “AVANTI TUTTA!”

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